{"id":164,"date":"2007-04-10T01:15:18","date_gmt":"2007-04-10T00:15:18","guid":{"rendered":"http:\/\/ladoalado.brianzaest.it\/?p=164"},"modified":"2009-01-28T13:59:36","modified_gmt":"2009-01-28T12:59:36","slug":"le-suore-che-coltivano-l%e2%80%99elettricita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ladoalado.brianzaest.it\/?p=164","title":{"rendered":"Le suore che coltivano l\u2019elettricit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>31 marzo 2007<br \/>\ndi Marco Magrini<br \/>\nMBINGA, TANZANIA. Dal nostro inviato<\/p>\n<p>All&#8217;Equatore il sole tramonta alle sei, tutto l&#8217;anno. Alla latitudine di Kaja Peric, che \u00e8 nata in Bosnia da famiglia croata, ma vive nel profondo sud della Tanzania, il sole scompare solo mezz&#8217;ora pi\u00f9 tardi. Dopodich\u00e9,non \u00e8 detto che ci sia la luce. <strong><em>\u00abNon esiste una rete elettrica nazionale e nelle citt\u00e0 qui intorno, i quotidiani blackout possono durare anche otto ore. Ma non nel nostro convento\u00bb, dice sorella Kaja con un dolce sorriso. \u00abNoi, l&#8217;energia ce la coltiviamo nel giardino\u00bb<\/em><\/strong>.<br \/>\nDietro al convento delle sorelle Vincenziane a Mbinga &#8211; un villaggio sperso nel niente della foresta tropicale, non lontano dal Mozambico &#8211; pi\u00f9 che un giardino, c&#8217;\u00e8 qualche ettaro di coltivazioni. La congregazione, che fa capo al convento di Untermarchtal, in Germania, gestisce in quest&#8217;area 18 strutture per circa 300 bambini orfani, sordi e handicappati, grazie a un manipolo di 185 suore (sette delle quali europee): in totale, un bel numero di bocche da sfamare. Ma, insieme a mais e girasoli, le sorelle coltivano per davvero anche l&#8217;elettricit\u00e0.<\/p>\n<p>Kaja, responsabile del progetto, sta facendo crescere dietro al <!--more--> convento 50mila esemplari di Jatropha Curcas. La pianta che potrebbe cambiare, se non i destini del mondo, almeno quelli dell&#8217;Africa.<br \/>\n\u00ab\u00c8 davvero miracolosa\u00bb, assicura Kaja mentre ne accarezza lefoglie,nelbel mezzo di questa scena tropicale che declina tutti i toni del verde. <strong><em>\u00abAbbiamo cominciato due anni fa, partendo dai semi. Semplicemente tagliando i primi rami e innestandoli per terra abbiamo coperto tre ettari. Quest&#8217;anno il raccolto sar\u00e0 ancora modesto. Ma l&#8217;anno prossimo avremo raggiunto l&#8217;indipendenza energetica\u00bb<\/em><\/strong>.<\/p>\n<p>Sul tetto della chiesa c&#8217;\u00e8 un gigantesco pannello solare fatto a &#8220;V&#8221; (in onore del San Vincenzo che ispira le azioni delle sorelle) con una croce bianca nel mezzo. <strong><em>\u00abIl sole ci d\u00e0 l&#8217;energia sufficiente per il giorno\u00bb<\/em><\/strong>, spiega Kaja. Per la notte c&#8217;\u00e8 un generatore diesel. Il quale va per adesso a idrocarburi, ma l&#8217;anno prossimo andr\u00e0 a Jatropha.<br \/>\n<strong><em>\u00abGli esperimenti &#8211; assicura sister Kaja &#8211; li abbiamo gi\u00e0 fatti: basta spremere i semi della pianta per ottenere un olio che, semplicemente filtrato, mette in moto il generatore di elettricit\u00e0 a meraviglia.E pure rispettando l&#8217;ambiente\u00bb<\/em><\/strong>. Come tutti gli olivegetali che fanno da biodiesel,la combustione di olio di Jatropha emette poca anidride carbonica e zero anidride solforosa, responsabile delle piogge acide.<br \/>\n<strong><em>\u00abNel raggio di centinaia di chilometri &#8211; sintetizza la sorellamadre Zeituni Kapinga, con vivace orgoglio -siamo leuniche a poter spedire un&#8217;email a qualsiasi ora del giorno o della notte\u00bb.<\/em><\/strong><br \/>\nAll&#8217;Equatore il sole sorge alle sei, tutto l&#8217;anno. Alla latitudine di Livinus Manyanga, che abita ad Arusha, Tanzania del Nord, quasi alle falde del Kilimangiaro, il sole sorge solo un po&#8217; pi\u00f9 tardi. \u00c8 in quell&#8217;esatto momento che il suo business si mette in moto: quando l&#8217;energia fotonica della nostra stella accende la fotosintesi clorifilliana.<\/p>\n<p>Alla Kakute, l&#8217;azienda di Manyanga, non ci sono ettari di coltivazioni, ma solo un giardino. <strong><em>\u00abIl mio vivaio \u00e8 un piccolo centro di ricerca e sviluppo &#8211; dice &#8211; Il mio compito \u00e8 quello di propagare la Jatropha in Africa, insegnare a coltivarla e distribuire una nuova ricchezza\u00bb<\/em><\/strong>.<\/p>\n<p>Oggi, in visita alla Kakute c&#8217;\u00e8 la delegazione di una Ong canadese, che ha in animo di propagare la pianta dell&#8217;energia nella vicina Repubblica Democratica del Congo. <strong><em>\u00abC&#8217;\u00e8 gente che viene da tutta l&#8217;Africa: teniamo dei corsi di una settimana per insegnare a coltivare la pianta e a sfruttarla fino in fondo. Restano tutti a bocca aperta\u00bb<\/em><\/strong>.<br \/>\nPer rudimentale che sia, l&#8217;armamentario di Manyanga \u00e8 impressionante. Prima fa vedere i semi di Jatropha stesi al sole per togliere un po&#8217; di umidit\u00e0. Li mette in una strana macchina manuale (inventata da altri, ma perfezionata dalla Kakute) per la frantumazione: a destra esce l&#8217;olio e a sinistra i residui, curiosamente asciutti. Poi prende l&#8217;olio e lo mette in una lampada: al contrario del kerosene, brucia senzafare fumo e &#8211; pare incredibile &#8211; profuma pure. Al che Manyanga raccoglie i residui della macinazione, e li spinge con l&#8217;acqua dentro a un serpente di qualche metro, costruito con un grande telo di plastica. <strong><em>\u00abDue chili di semi tritati e cinque litri d&#8217;acqua &#8211; racconta &#8211; producono abbastanza metano per cucinare per tre giorni\u00bb<\/em><\/strong>. Il serpentone \u00e8 collegato a un pallone appeso al tetto, a sua volta collegato a una cucina a gas. E funziona per davvero. Ma c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9.<br \/>\n<em><strong>\u00abCon l&#8217;olio di Jatropha si fabbricano saponi, che le donne dei villaggi possono vendere\u00bb<\/strong><\/em>, reclamizza Manyanga. <em><strong>\u00abE i residui della macinazione sono un ottimo fertilizzante \u00bb<\/strong><\/em>. Non a caso, c&#8217;\u00e8 chi ha battezzato la Jatropha Curcas &#8220;l&#8217;oro verde del deserto&#8221;.<br \/>\nOriginaria dei Caraibi, la pianta \u00e8 stata traghettata in giro per il mondo dai marinai portoghesi, che la usavano per costruire delle recinzioni a protezione dei loro insediamenti: la Jatropha ha bisogno di pochissima acqua, le foglie decidue proteggono il terreno dalla desertificazione e, se piantata a pochi centimetri l&#8217;una dall&#8217;altra, produce una barriera al passaggio degli animali. <em><strong>\u00abIn Tanzania -racconta Manyanga &#8211; \u00e8 una pianta ben nota: viene usata per recintare le tombe\u00bb<\/strong><\/em>.<\/p>\n<p>Esperto di meccanica, Manyanga ha lavorato nella birra e neicosmetici, prima di approdare al Center for Agricolture and Technology. <em><strong>\u00abL\u00ec <\/strong><\/em>&#8211; racconta &#8211;<em><strong> mi misi a studiare diversi oli carburanti di origine vegetale e rimasi strabiliato dalla Jatropha \u00bb<\/strong><\/em>: nessun altra pianta (ad eccezione della palma, che per\u00f2 richiede ingenti quantit\u00e0 di acqua)aveva risultati del genere. Cos\u00ec \u00e8 nato un mestiere. E una passione. <em><strong>\u00abNegli ultimi anni ho convinto parecchi villaggi, che pure non volevano sentir parlare della &#8220;pianta delle tombe&#8221;, a coltivarla per vendere i semi, il sapone e se possibile l&#8217;olio. Non vedo un mezzo migliore per togliere l&#8217;Africa dalla povert\u00e0\u00bb<\/strong><\/em>.<br \/>\nLe potenzialit\u00e0 ci sono. Un ettaro coltivato a Jatropha produce 1.900 litri di olio, che pu\u00f2 essere bruciato da solo o in miscela: la recente decisione della Ue di imporre un 10% di biocarburanti entro il 2020 implica che alle porte dell&#8217;Africa sta per aprirsi un nuovo mercato. Lo sa bene l&#8217;azienda inglese D1 che, quotata all&#8217;Aim di Londra, sta predisponendo ingenti coltivazioni di Jatropha in Indonesia, Sud Africa, Zambia, Swaziland e Australia.<\/p>\n<p>E lo sa bene il Governo indiano, che ha appena incluso la Jatropha nel suo piano strategico per l&#8217;indipendenza energetica. Estese coltivazioni di Jatropha per uso combustibile sono in via di crescita in Cina, Filippine, Thailandia e anche in Paesi come il Guatemala, dove la Jatropha \u00e8 stata usata per secoli per le recinzioni. Infine, a testimonianza di una rivoluzione alle porte, in questi giorni \u00e8 uscito in Francia un libro eloquente: Jatropha, le meilleur des biocarburants.<br \/>\nAll&#8217;Equatore la notte \u00e8 lunga come il giorno, tutto l&#8217;anno. Avere l&#8217;energia a disposizione fa una bella differenza. Le sorelle Vincenziane lo sanno. E si sentono fortunate.<em><strong>\u00ab\u00c8 nato tutto per caso\u00bb<\/strong><\/em>,racconta sorella Kaja.<br \/>\nUn giorno, il signor Berndt Wolff dell&#8217;azienda tedesca Energiebau, che passava da quelle parti, \u00e8 andato a trovarle e ha proposto loro di usare il sole e la Jatropha. <em><strong>\u00abEra un&#8217;esperimento costoso<\/strong><\/em> &#8211; spiega Kaja &#8211; <em><strong>da 400mila euro: met\u00e0 ce li ha messi la nostra casamadre e met\u00e0 il Governo tedesco \u00bb<\/strong><\/em>. Ma \u00e8 il solare che \u00e8 costoso. O il generatore. Certo non la pianta dell&#8217;energia, che quasi cresce da sola e vive per 4050 anni.<\/p>\n<p>La Jatropha \u00e8 velenosa e quindi libera dai dubbi sugli impieghi energetici delle materie prime alimentari, come sta accadendo in Messico con il mais. <em><strong>\u00abMa soprattutto cresce e prospera in tutta la fascia tropicale &#8211; rimarca sorella Kaja- dove si concentra gran parte della povert\u00e0 del mondo\u00bb<\/strong><\/em>.<br \/>\nKaja Peric e Livinus Manyanga vivono ai due capi della Tanzania, e non si conoscono. Ma \u00e8 questione di poco. Fra poco pi\u00f9 di un mese voleranno insieme a Harvard. A maggio,nel primo ateneo del mondo, \u00e8 convocata la cerimonia per il Roy Family Award for Environmental Partnership, consegnato ogni anno a chi si distingue nei progetti di energia alternativa. Fra i vincitori di quest&#8217;anno c&#8217;\u00e8 la Energiebau di Wolff, ma ci sono anche le sorelle di Mbinga e la Kakute di Manyanga. E, implicitamente, la Jatropha.<\/p>\n<p>La pianta dell&#8217;energia \u00e8 cresciuta in silenzio per millenni. Ha traversato i mari per secoli. E oggi che sull&#8217;era del petrolio si addensano le nubi del riscaldamento climatico, potrebbe diventare la sorgente di una nuova energia per il mondo e di una nuova ricchezza per l&#8217;Africa e i tropici. E tutto solo grazie alla fotosintesi.<br \/>\n<em>All&#8217;Equatore, domattina alle sei, sorger\u00e0 ancora una volta il sole.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>31 marzo 2007 di Marco Magrini MBINGA, TANZANIA. Dal nostro inviato All&#8217;Equatore il sole tramonta alle sei, tutto l&#8217;anno. Alla latitudine di Kaja Peric, che \u00e8 nata in Bosnia da famiglia croata, ma vive nel profondo sud della Tanzania, il sole scompare solo mezz&#8217;ora pi\u00f9 tardi. 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